la crudeltà delle agende
paul delvaux, the conversation, 1944
la vita mentale schiaccia di schiena la vita effettiva, le delusioni di quello che ci si immaginava sarebbe successo sanguinano a schizzo ritmico fino al muro rispetto al sommesso tossicchiare rosso chiaro della frustrazione nel mondo reale.
interrompere di parlare con qualcuno con cui stai bene che ti è inciampato causalmente addosso mentre camminavi per strada e mai avresti pensato di rincontrare proprio in quel momento è sì spiacevole, ma programmare l’intera giornata attorno al fatto che si era stabilito di vedersi e poi non accade più - con il medesimo livello di contatto previsto, pertanto con lo stesso oggetto concreto di privazione - è amplificativemente peggio.
perchè nella costruzione mentale hai vissuto anche tu che programmi, viene meno non solo l’evento preventivato ma anche il pezzo di te che prima aveva agito; e nelle rappresentazioni allestite in testa sei sempre migliore, sei perfetto, davvero come dovresti essere.
pertanto la delusione è vischiosamente estesa, prende le bocche e gli abbracci che non vivrai e anche te nel momento in cui eri così bello.
le fasi potenzialmente più intense di un’esistenza che si accartocciano restando sterili promesse inespresse.





è il dramma continuo tra virtualità e carnalità, che alcuni considerano due elementi antitetici.
mentre invece la virtualità contiene già - in potenza - la carnalità. la virtualità (non parlo di internet soltanto, ma di lavoro mentale, appunto) è il catalogo delle infinite possibilità.
una specie di bomba H, insomma.
Commento di flounder — 24 Aprile, 2008 @ 13:05
Ti ho @
Commento di Sogni — 25 Aprile, 2008 @ 16:54
Consideriamo un sistema di assi cartesiani ortogonali. Poniamo sull’asse delle ascisse l’intensità del desiderio dell’incontro e sull’asse delle ordinate il rapporto tra il tempo dell’incontro realizzato e quello dell’incontro sognato. La funzione risultante dalla rappresentazione del fenomeno sarebbe una curva asintotica ai due assi, che declina da una verticalità da brivido a nord-ovest a una torbida orizzontalità a sud-est.
Per un basso livello di desiderio, il tempo effettivo dell’incontro, per quanto breve possa essere, è enormemente superiore al tempo speso a immaginarlo. Al contrario, quando il desiderio dell’incontro è altissimo, il rapporto tra il tempo trascorso a fantasticarci su e quello reale si capovolge e i dieci minuti di un caffè possono implicare un pensiero di giorni e giorni, in cui le infinite possibili declinazioni dell’evento, tutte diverse e tutte perfette, prendono corpo nel mondo dell’immaginazione. E c’è di più, perché il tempo immaginario non è complementare a quello reale, ma a questo spesso si sovrappone, nel momento in cui ci troviamo con la persona che abbiamo intensamente desiderato di vedere, spingendoci ad agire per forzare la realtà in direzione del copione che abbiamo elaborato. Il dramma si verifica quando quello che doveva essere un asintoto, quasi piatto ma pur sempre in levitazione sull’asse del desiderio, vi si schianta contro all’azzerarsi improvviso e inatteso del tempo reale dell’evento.
Il tempo trascorso a dipingere e a declinare un incontro desiderato è sempre, sempre superiore a quello in cui questo diventa reale, e non solo quando l’incontro, per un motivo o per un altro, salta, ma anche quando (e lo si avverte soprattutto quando) questo si realizza. E anzi, la sproporzione, in quantità e qualità, tra i due tempi è l’aspetto più doloroso della realizzazione di un desiderio; quello che fa sì che il compimento di un sogno sia incompatibile con la sua sopravvivenza, con la sua convivenza con la realtà.
Commento di HangingRock — 27 Aprile, 2008 @ 8:59
@hanging, tu hai un dottorato in matematica, vero? e io no ed è solo questo il motivo per cui non capisco quello che dici, vero?
Commento di stee — 28 Aprile, 2008 @ 16:46
non ci far caso, stee, è che ogni tanto mi prende così, poi mi passa
comunque il senso era che sì, sono d’accordo con te, e che quello che tu dici secondo me è vero sia quando non ci si incontra più, sia quando ci si incontra. ecco qua, lo potevo dire così e invece ieri mi è venuto colì, evvabbe’, verrà meglio un’altra volta
Commento di HangingRock — 28 Aprile, 2008 @ 19:27