You feel like a bug!

30 Aprile, 2008

condizioni meteo sfavorevoli alla coscienza politica più coraggiosa (panchine umide)

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 9:37

ErwittI.JPG
elliott erwitt, milan, 1990

penso alla mia vita da squatter.
io non ho avuto davvero una vita da squatter, però avrei potuto. voglio dire, avrei potuto avere anche una vita da biochimico o allestitore di set per film porno, da lucidatore di armature nei musei, da ricamatore di ombelichi in sala parto, da carotatore di forme di formaggio, da progettatore di motori per razzi.
penso alla possibilità squatter per darmi sollievo, quando l’ansia portata dall’effettiva attività alimentante preme e segna le impalcature anatomiche come la scarificazione del bottone interno quando i pantaloni diventano stretti, quale fosse il gesto di sbottonarla, l’ansia.
avrei potuto essere squatter. che servirà mai, lobi e partizioni di faccia normalmente capaci di portare bulloni o simili - l’idea del piercing sul sopracciglio mi ha titillata diverse volte anche in questa vita qui, a ondate regolari e riassorbite ogni volta - saper annodare lo spago attorno ai cani per farci il guinzaglio, la bocca capace di legare le parole secondo una metrica diversa da quella del senso, chec-haiu-neur-operf-umare, natiche poco ossute per ammortizzare i marciapiedi, facilità di approccio con gli sconosciuti, disponibilità a lavorare in squadra, flessibilità di orario, attitudine a prendere decisioni e a focalizzare risultati anche lontani nel tempo, facilità di adattamento.
una sorta di precariato all’aperto.
vivere nelle case occupate ammortizzerebbe le spese dell’affitto/mutuo, azzerati i costi della manutenzione estetica, non ho mai mangiato molto - non so quanto costi mantenere un cane ma il cane sarà collettivo, sarà di tutti, qualcuno gli allungherà il resto di un panino prima o poi.
però non è tanto per una questione di contenimento economico dell’esistenza che mi autoinduco queste riflessioni con finalità sollievo, ma per lo sgombero mentale che immagino ci stia appiccicato, alla vita da squatter.
passerei le giornate a guardare il culo alla gente che mi cammina davanti cercando di schivare le mie gambe allungate seduta a terra.
è rinfrescante.
la dismissione di ogni responsabilità, la negazione di ogni forma di mia utilità, anzi, il compiacimento per essere mantenuta casualmente a spiccioli di sconosciuti in cambio di nulla.
rinfrescante. per quell’ora che durerei.
chec-haiu-neur-operf-umare.

• • •
 

29 Aprile, 2008

luminosissimo vero affare

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 9:01

Nightlight(small).jpg
margaret caldwell, nightlight, 2003

ogni tanto imprimiamo a forza significati e collegamenti alle cose soltanto per far riposare l’urgenza che ci sia un senso negli accadimenti e che sia comprensibile.
però a volte è anche vero, almeno un poco. almeno un poco le case somigliano alle persone che le abitano.

lo snodarsi in verticale, il vagone di un treno, teso ad andarsene è coerente con lei che non possiede tovaglie ma tanti bicchieri per ogni colore di vino che ti offre, con le tasche comunque capienti per un biglietto di andata.

entrare e vedere ogni cosa, con un solo sguardo puntando la nuca avere nella campata del mento tutti gli ambienti, senza alibi di tende e porte, si accorda con chi si lascia arreso a farsi guardare e l’unico trucco che usa per la sua faccia sono le pagine dei libri sempre aperti.

i cassetti disciplinati dai contenuti sbagliati - le chiavi di casa altrui che le sono state affidate insieme alle forchette - come la sua espressione di calma apparente, e coperture morbide e colorate a cancellare ogni spigolo e annientare qualsiasi superficie inadatta ad accoglierti e custodirti.

l’epicentro morbido del divano allungato che possiede l’ambiente come un gatto che si stiracchia, penisola fino al tavolo e sforzandoti fino al frigorifero, avvolgente come le sue mani che cucinano e ti afferrano la bocca a darti cibo e darti sesso, un boccone e un boccone.

io sono la soglia di casa, l’inizio e la fine. più un concetto, una funzione, che un luogo che si possa abitare.

• • •
 

28 Aprile, 2008

l’anima con lo spoiler

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 9:44

Prayer,.jpg
j.m.basquiat, prayer,1984

io coi tamarri mi sento in colpa.
per toponomastica dell’adolescenza ci ho condiviso lo spazio vitale dei gomiti durante la scuola dell’obbligo e delle natiche sulle panche dove ci si ritrovava il pomeriggio, che i luoghi di incontro dei ragazzini sono comunque attorno ad un totem di arredo stradale - le sbarre di recinzione del parco, le pensiline della fermata dell’autobus, le panche davanti alla chiesa. al liceo per un poco ho tenuto una doppia contabilità di frequentazione umana, ma per utilizzo sempre meno costante la componente truzza è perita e io ho già il disaffezionamento rapido nei confronti delle persone, se poi non le vedo più mi rimane difficile distinguerne la faccia in coda all’ipermercato dopo poco.
però mi sembrava meno infame schernirli, perchè tanto facevo e ad alta voce, per la finitezza del loro raggio visivo - che arrivava fino alla curva di diffusione dei gas di scarico del motorino prima e dell’automobile poi, propri o del fidanzato, a seconda se uomini o donne, e per il senso di autocopiacimento e di orgoglio per questo sguardo torvamente basso, basso come le ambizioni morali - quando ci conducevo la vita in mezzo.
e non tanto perchè in allora lo scherno mi tornasse indietro, dal momento che nei miei confronti erano comunque reazioni, appunto, ferite, e soprattutto io ne ero consapevole, avere coscienza delle cose ti rende comunque responsabile. piuttosto sentivo una legittimazione perchè le condizioni di partenza erano assimilabili, i 3 turni in fabbrica che ritmavano la vita genitoriale di tutti e agosto ritagliato al vivo dal primo giorno all’ultimo, la finanza creativa del fine mese, i cognomi incoerenti con la geografia di adozione, insomma, sentivo di potermelo permettere, come avessi un bonus di cattiveria per condivisione di ambiente.
e difatti terminando la commistione di esistenza ho perso la frequentazione e ho perso il bonus.
che poi riflettendoci le persone con cui divido la vita adesso, quelle davvero vicine, sono quasi tutti risultati di affrancamento come me, residuati passati in raffineria. il centro della mia vita lo è, gli immediati satelliti pure tranne rarissima eccezione.
a dileggiarli, i truzzi, ora, mi sento in colpa. mi è rimasto un senso di affetto infastidito, come per lo zio che continua ad ubriacarsi a tutti i matrimoni che per un po’ è divertente ma poi ti fa fare la figura di merda e bisognerebbe lasciarlo a casa ma come si fa, lui si diverte solo in queste occasioni, e poi è sempre tuo zio.

• • •
 

24 Aprile, 2008

I swallow

Archiviato in: Diario — scritto da Kafkahigh @ 21:05

Hollow

Eventually the weather has changed. I was having a fag, earlier, onto the balcony and I saw a swallow. It was warm and everything looked crisp and hyperreal, for some reason I had the impression I could touch everything around me, no matter how far it was. Feeling a bit broken actually, the past keeps coming back, memories of the time when I had the Terrible at my side start flowing in an endless carousel if only I dare to look at something that reminds me of him. And there are lots of things which do. But today I am in love with a man who lives in the other bloody hemisphere. He lives when I sleep and I live when he sleeps, we just have few hours a week to talk, enought time to love the sound of his laughter. We do laugh a lot together. Rest of the week is like Ladyhawke, you know the movie? Grotesquely I have learned to say goodmorning and goodnight both in the same sentence. Which, methinks, is kind of sad, isn’t it? And sadder still is we barely know each other, as so far we have lived like bodyless souls , lost in a dream bigger than us, into cyberspace, out there, in the cold. Risking loosing him is not an option. It’s the only thing I’m left with. You got to understand me. I know you can.

All work and no play makes K. a dull boy

One swallow doesn’t make Spring. Yet…

• • •
 

la crudeltà delle agende

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 9:00

delvaux-the-conversation.JPG
paul delvaux, the conversation, 1944

la vita mentale schiaccia di schiena la vita effettiva, le delusioni di quello che ci si immaginava sarebbe successo sanguinano a schizzo ritmico fino al muro rispetto al sommesso tossicchiare rosso chiaro della frustrazione nel mondo reale.
interrompere di parlare con qualcuno con cui stai bene che ti è inciampato causalmente addosso mentre camminavi per strada e mai avresti pensato di rincontrare proprio in quel momento è sì spiacevole, ma programmare l’intera giornata attorno al fatto che si era stabilito di vedersi e poi non accade più - con il medesimo livello di contatto previsto, pertanto con lo stesso oggetto concreto di privazione - è amplificativemente peggio.
perchè nella costruzione mentale hai vissuto anche tu che programmi, viene meno non solo l’evento preventivato ma anche il pezzo di te che prima aveva agito; e nelle rappresentazioni allestite in testa sei sempre migliore, sei perfetto, davvero come dovresti essere.
pertanto la delusione è vischiosamente estesa, prende le bocche e gli abbracci che non vivrai e anche te nel momento in cui eri così bello.
le fasi potenzialmente più intense di un’esistenza che si accartocciano restando sterili promesse inespresse.

• • •
 

23 Aprile, 2008

ultima classe per l’rc

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 8:59

keyzer.jpg
carl de keyzer, lauwe. girlfriend karline on volkswagen. royal academy of fine arts. work first year. experiments and improvisations. 1977

con un sedile adeguato a tutte le sporgenze reali del corpo - applicato sul corpo vero, la stessa differenza che intercorre tra un vestito tagliato ricalcando l’ideale delle dimensioni umane che poi sbaglia la prospettiva e uno più pietoso e con la coscienza dell’effettivo - che ti precede e si rialza esattamente sotto la piega del gomito, intorno alle cosce, nel confine tra collo e schiena ma non intralcia nei movimenti, che accompagna i fianchi senza dare però l’impressione di dovercisi inserire, nel salire a bordo. ci potresti anche dormire ma non così comodamente come in un letto, perchè non è un letto e non ha alcuna ambizione di esserlo.
con uno sbilanciamento di accessori quasi esclusivamente a favore del superfluo, due o tre specchietti retrovisori illuminati affastellati, porta bicchieri porta i-pod porta monconi di sigaretta, diffusori di profumo, il tutto a discapito delle funzioni di base. che poi funzionano, soltanto che nel giocare coi gadget uno poi si scorda e non ci pensa, ai tempi di innesco del motore.
e con un sistema sonoro totale che irraggi anche da sotto i piedi, che lasci la scia fisica graffiata intorno, che cambi la cromia dell’aria in maniera perdurante.
necessariamente morbida, a dire diversamente non sarei credibile, la curvatura di una mano che si addolcisce per prendere una guancia o un seno, quella come unità di misura della carrozzeria.
il colore è abbastanza ininfluente, un colore che te la faccia distinguere nel parcheggio del multisala ma che non sia tale da riassumerne le caratteristiche come elemento più di spicco dell’insieme.
la maniglia socievole, ciao, io ci sono, andiamo.
se fossi un’automobile, mi vedo così.

• • •
 
Pagina Precedente »