
werner bischof, freiburg im breisgau, a destroyed telephone cabin among the bomb ruined city. 1945.
la moratoria si dovrebbe richiedere, allestendo banchetti che necessitino delle tende del bolšoj per coprirne il compensato e saccheggiando di bic ogni tabaccheria dell’impero, e sentendosi come motivazione addosso la vera tutela dell’innocenza e della vita, per l’ultima telefonata.
quella che non si dovrebbe fare, viene appena dopo una devastante e sconfinata e serratissima sequela di ultime telefonate, per coprirne visivamente la totalità delle quali occorrerebbe issare il marinaio di colombo senza testarne mai la voce, che non risucirebbe a urlare terra, e viene appena prima - e qui si incidono le carni - dell’ennesima ultima.
quella che quando tieni la conversazione con la scioltezza e l’esperienza da uomo verissimo che ha vissuto dirigendo sempre il gioco, nella serata in cui gli amici sono troppo affezionati o troppo ubriachi per non essere docili nei tuoi confronti, e le cameriere al bar devono aprire le finestre per limite massimo raggiunto di densità testosteronica e di cazzate nell’aria
quella che quando ti lasci andare con le tue amiche dicendo che alla fine bisogna essere stronze, perché lo vogliono anche loro, essere un po’ maltrattati, con i tacchi alti anche nella voce
dici, ecco io mai, se capisco che l’altro non vuole più sentirmi io non mi abbasserei mai ad elemosinare un’ultima telefonata.
poi a cosa serve.
a cosa serve. a sperare che non debba essere davvero l’ultima telefonata, forse.
stai lì, col dito pavido spinto da tutti gli altri che però non vogliono responsabilità a mezz’aria, con le riflessioni pesanti e definitive come prima di spingere il grilletto, solo che sotto ci sono gommosi numeri di una tastiera, a desiderare che chiami qualcuno per occuparti il telefono.
cerchi i segni del destino, divieni aruspice fai da te, se passano due auto rosse e poi una nera vuol dire che non devi chiamare, ti giri e vedi una donna incinta che mangia il gelato, questo chiaramente non può che significare che l’ultima telefonata vada fatta.
l’amor proprio è incavato, ti senti così sfiduciato in te stesso che neppure abbozzi a dire che forse andrà bene perché essere ma anche solo vagamente non pessimisti in questi casi è razionale quanto pensare davvero di mettersi a gonfiare il giubbotto di salvataggio mentre ti slanci dall’aereo come gorgheggiano in più lingue le hostess nella dimostrazione prima di partire ‘nel caso fosse necessario’.
componi il numero chiedendoti fino a quando ti verrà fuori a memoria come un conato, ci carichi tutta la tua vita, sull’invio.
e l’aspetto peggiore, che eppure non ti cementa le mani, non ti fa desiderare di diventare cavia aggratis per le aziende farmaceutiche ma solo per le cure con più di 35 effetti collaterali, tra cui almeno un coma o una invalidità permanente, non cambia il tuo nome in ubertosa rugiada mattutina colorando di arancione i tuoi vestiti e facendoti nascere tamburelli tra le dita, è sapere per certo, come sai che bere un torbato dopo svariati cocktail dalla fantasia alcolica lisergica farà fico ma farà anche vomitare, che dall’altra parte, contemporaneamente a te dal respiro trattenuto che muori, qualcuno di fiato ne avrà tanto da sbuffare ‘no, ancora?’.