You feel like a bug!

31 Marzo, 2008

pause con punto coronato

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 9:04

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lucio fontana, concetto spaziale, attese, 1964

l’attesa non è sempre uguale, il fatto che esista un solo segno grafico a rappresentarla - pausa - è ontologicamente discutibile.
delle volte è un momento indistinto in una sequenza liquida di niente appena addensato dalla possibilità che possa accadere qualcosa, prima o poi. come stato d’animo che la accompagni, una immobilità quieta con gli occhi socchiusi a livello cerebrale, lo stato di veglia dei felini che potrebbe corrompersi in sonno in un niente.
delle volte è attesa gonfia, membrana sul punto di rompersi, come una porta, e neanche stagna, chiusa nell’imbarazzante tentativo di trattenere l’oceano. un luogo dove la vita ti passa tre o quattro volte trascinando le scarpe, e tu hai tutte le funzioni senzienti lucidate fino a sanguinare, sei tanto cosciente che provi dolore al fiato nell’espirare.
e si esiste così tanto che alla fine ci si lacera, non è una circostanza che si possa slabbrare troppo a lungo.
qualsiasi condizione intensissima, se protratta e protratta, finisce per diluire.
è la fisica dei corpi.
o forse la coazione alla sopravvivenza.

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28 Marzo, 2008

musica per una sola mano

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 9:59

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mark stock, michael 1, 2006

se io fossi diverso forse saresti felice.
perchè mi percepisco chiaro come il vuoto della trasmissione, il difetto, il silenzio che ti fa chiudere la telefonata bestemmiando pensando che sia caduta la linea, ci scorro le dita sopra ogni volta che mi tolgo il sonno dalla faccia.
non lo dico come variante appena più fantasiosa ma comunque patetica della scusa ‘tu sei perfetta ti meriti qualcosa di meglio di me’. e tanto nonostante il fatto che vai sostenendo come voglia me per come sono fatto, che siamo così poco differenti, che ti tranquillizza quando mi parli il non dover usare il traduttore simultaneo nel cervello che ti consente di vivere in qualche modo integrata, che pensare che ci sia io ti faccia sentire meno sola, meno spaiata.
davvero, se fossi diverso tu saresti felice.
perchè per quanto tu dica che non hai bisogno di niente, che te la cavi da sola e sei talmente capace che te li causi, i guai da risolvere, per non sentirti sprecata, che reggi te stessa e chiunque sopra le spalle senza sciuparti i capelli, perché anche se mi pianti addosso le iridi dure per illustrare visivamente che non hai paura e se non dormi è solo perché la tua sola compagnia non ti toglie la noia, io lo so che sei stanca.
che se qualcuno ti scaricasse un po’ di vita di dosso tu apriresti docile le mani per provare un poco di sollievo e gliene saresti grato. magari sentendoti in colpa, ma pronunciandola, la colpa, con la bocca sorridente.
mentre io sono caricaturalmente inutile, ho le mani idrorepellenti e tu gli occhi secchi e i nostri corpi asciutti e marciamo di dentro.
se, almeno per un’ora perfetta, dismettessi la centralità nel bisogno di attenzione e di affetto, terminassi di essere puro ricevente sempre vuoto, sempre cavo, comunque insoddisfatto, e ci tirassi te, forse ti spaventeresti di quanto ti piacerebbe.
se contemplarti non fosse solo misurarti la faccia a cerchi usando le mie ciglia come compassi e dirti che sei bella ma pure proteggere che tu sia bella, illuderti che possa tenerti perfetta per sempre, che il sempre esista e che io possa governarlo o almeno distruggermi a provarci, e che mi interessi, il sempre.
se fossi diverso proveresti a lasciarti felice.
se fossi diverso non ti saresti dovuta immaginare che io lo stia ammettendo.

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27 Marzo, 2008

incontenibile

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 11:26

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piero manzoni, linee, dic. 1959

ho letto da qualche parte che la borsa, per una donna, rappresenterebbe se stessa nella parte più intima, grosso modo l’utero (quando si identifica la persona con proprio bagaglio di organi sessuali provo sempre una gran gioia per la lungimiranza e la saggezza antica di chi esprime tale alta considerazione).
io odio portare borse.
quando posso tengo tutto in mano, preferibilmente perdendo metà di quello che mi porto appresso spargendolo come i semi germinanti una nuova umanità.
non è che non mi piacciano le borse, certe sono anche belle, e dalla bellezza sono comunque sedotta e con orgoglio, ma se ne compro qualcuna è proprio perchè è un bell’oggetto, non in quanto funzionale.
soffro di claustrofobia da contenitore. anche gli armadi, i cassetti un poco mi turbano. ma almeno quelli sono stanziali, non occorre trascinarseli dietro.
provo la medesima repulsione per i concetti assoluti, che contengono fino ad annullarli tutti gli altri che si possano (anche forzatamente) ricondurre a quello.
mentalmente tutto mi si frantuma in sotto e sotto sotto categorie.
ragiono in orizzontale, similmente terrei le ‘cose’ tutte sparse e con uguale dignità di collocazione.
quando le uso, riempio le borse fino a lacerarle, e non perché me ne serva una più grande, dal momento che riesco ad ingombrare ogni tipo di borsa, per quanto siano capienti le porto al limite, e lo supero con un colpo d’anca.
le conclusioni che potrebbero trarsi dalle considerazioni appena svolte in ordine al corrispettivo rapporto con l’utero, anche senza rifletterci troppo, appaiono allo stesso tempo poco incomprensibili ma brutte.
al cesso devo tornare a leggere solo i bugiardini dei medicinali.

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26 Marzo, 2008

quando cade la linea

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 10:01

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werner bischof, freiburg im breisgau, a destroyed telephone cabin among the bomb ruined city. 1945.

la moratoria si dovrebbe richiedere, allestendo banchetti che necessitino delle tende del bolšoj per coprirne il compensato e saccheggiando di bic ogni tabaccheria dell’impero, e sentendosi come motivazione addosso la vera tutela dell’innocenza e della vita, per l’ultima telefonata.
quella che non si dovrebbe fare, viene appena dopo una devastante e sconfinata e serratissima sequela di ultime telefonate, per coprirne visivamente la totalità delle quali occorrerebbe issare il marinaio di colombo senza testarne mai la voce, che non risucirebbe a urlare terra, e viene appena prima - e qui si incidono le carni - dell’ennesima ultima.
quella che quando tieni la conversazione con la scioltezza e l’esperienza da uomo verissimo che ha vissuto dirigendo sempre il gioco, nella serata in cui gli amici sono troppo affezionati o troppo ubriachi per non essere docili nei tuoi confronti, e le cameriere al bar devono aprire le finestre per limite massimo raggiunto di densità testosteronica e di cazzate nell’aria
quella che quando ti lasci andare con le tue amiche dicendo che alla fine bisogna essere stronze, perché lo vogliono anche loro, essere un po’ maltrattati, con i tacchi alti anche nella voce
dici, ecco io mai, se capisco che l’altro non vuole più sentirmi io non mi abbasserei mai ad elemosinare un’ultima telefonata.
poi a cosa serve.
a cosa serve. a sperare che non debba essere davvero l’ultima telefonata, forse.
stai lì, col dito pavido spinto da tutti gli altri che però non vogliono responsabilità a mezz’aria, con le riflessioni pesanti e definitive come prima di spingere il grilletto, solo che sotto ci sono gommosi numeri di una tastiera, a desiderare che chiami qualcuno per occuparti il telefono.
cerchi i segni del destino, divieni aruspice fai da te, se passano due auto rosse e poi una nera vuol dire che non devi chiamare, ti giri e vedi una donna incinta che mangia il gelato, questo chiaramente non può che significare che l’ultima telefonata vada fatta.
l’amor proprio è incavato, ti senti così sfiduciato in te stesso che neppure abbozzi a dire che forse andrà bene perché essere ma anche solo vagamente non pessimisti in questi casi è razionale quanto pensare davvero di mettersi a gonfiare il giubbotto di salvataggio mentre ti slanci dall’aereo come gorgheggiano in più lingue le hostess nella dimostrazione prima di partire ‘nel caso fosse necessario’.
componi il numero chiedendoti fino a quando ti verrà fuori a memoria come un conato, ci carichi tutta la tua vita, sull’invio.
e l’aspetto peggiore, che eppure non ti cementa le mani, non ti fa desiderare di diventare cavia aggratis per le aziende farmaceutiche ma solo per le cure con più di 35 effetti collaterali, tra cui almeno un coma o una invalidità permanente, non cambia il tuo nome in ubertosa rugiada mattutina colorando di arancione i tuoi vestiti e facendoti nascere tamburelli tra le dita, è sapere per certo, come sai che bere un torbato dopo svariati cocktail dalla fantasia alcolica lisergica farà fico ma farà anche vomitare, che dall’altra parte, contemporaneamente a te dal respiro trattenuto che muori, qualcuno di fiato ne avrà tanto da sbuffare ‘no, ancora?’.

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25 Marzo, 2008

multipiano (non il parcheggio del centro commerciale)

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 10:13

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kurt wenner, hell

nel piano della vita parallela che scorre - svariati piani di esistenza, se è concepibile immaginarne uno se ne possono immaginare > 1 senza produrre sprechi - abbastanza indifferente rispetto all’attuale, chissà se fa freddo anche lì.
se il riscaldamento sia andato a peripatetiche e la custode, scrollando le spallucce nate ricoperte dallo scialle dei cinesi color indefinito (e talvolta non è questione di daltonismo), ha riferito come abbia già chiamato (ma chi?) e stiano provvedendo (ma chi e facendo cosa?).
se io abbia nuovamente fatto scorrere le stesse pagine escludendo ogni possibile ulteriore posticipazione circa quel lavoro, con immarcescibile certezza che non fosse concepibile procrastinare senza distinguere chiare le trombe dell’apocalisse, all’inizio, e valutando, nel prosequio - ma nell’immediato prosequio - come esistano, nella graduazione dei crimini contro l’umanità, rilevanti esempi anche alle mie spalle, se rimando appena ancora una volta.
se le dita siano spaccate nelle pieghe della pelle attorno alle articolazioni, affatto belle da vedere e neppure da stringere, epperò se qualcuno me le tenesse col calore forse me le restituirebbe rimarginate.
se dormire, anche lì, non sia mai abbastanza e insieme un brutto posto da cui alzarsi, con la coscienza che resta in pausa, nel sonno, non si diluisce, e quando si risveglia è un vajont forzosamente trattenuto che dispiega le vele e copre tutto la visuale.
se il caffè macchi il bicchiere di carta e te lo immagini come liquido di contrasto dentro, potresti seguirne il percorso e non sarebbe un’attività così disprezzabile, non dovessi terminare quel lavoro. però s’era detto anche domani.
se le suonerie dei cellulari degli altri siano così imbarazzanti e scoordinate coi titolari del telefono e tarate sul livelli di percepibilità da attività metallurgica.
se il metronomo sia qualcuno che batte ritmico il tappeto, costante che di sicuro il cuore ci si è adattato - il cuore sineddoche pigra - e quando sarà puilito io morirò.
oppure se tutto sia appena diverso di un frammento di particolare.
rilevante, per chi sostiene che lo sbattito delle ali di una farfalla dall’altra parte del mondo eccetera.
io ho strumenti di percezione con unità di misura spesse, necessito di cambiamenti di grana grossa.
fossi la farfalla, sbatterei le ali a cazzo immersa in deliziosa incuranza.

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22 Marzo, 2008

dig!!! lazarus dig!!!

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 21:49

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james dean - “i got the bullets” from the motion picture “rebel without a cause”

ho comprato un costume sportivo.
pertanto dovrei essere pronta a galileiani cambiamenti.
per quanto allo stato provi soltanto il desiderio di emulare john malkovich nella foto che ho visto pubblicata su panorama in cui insegue non ricordo che attore brandendo una mannaia, e mannaiarmi con perizia laddove non rispondo ad immediato appagamento visivo.
è che lo so già come andrebbe a finire - datemi una mannaia e tenderò ad esagerare.
scegliere nick cave da appoggiarsi nelle feritoie innocenti quando ragiono di cambiamenti e mannaie non aiuta, non aiuta visto che mordicchio l’interno morbido della bocca ma della mia bocca, e le dita non si fanno assiderare arrampicandosi sul lato bagnato di una lattina di birra che mi ridacchia tronfia della certezza della mia pigrizia ancora sana dentro al frigo.
lui almeno ci vive coi proventi della voce sdentata e deliri evidenti che neppure la lingua straniera riescono ad ammortizzare, anche se il mio inglese è a esclusiva base musicale.
ecco, ecco perchè. a me piace nick cave. è colpa sua, non sono solo strana io, l’oriundo americano mi guardava inquieto anche per il vocabolario marcio a mia disposizione.
si diceva cambiamenti eccetera.
oh sì certo. odio la fase ascendete, comporta essere traspirazionalmente attivi fomentando come una fornace l’ira per l’inadeguatezza.
se non fai niente il fallimento è uno solo, differenziare il senso di colpa non è una scelta oculata.
ma dovrò starmi dietro, in questo stato divento petulante come una moglie che vuole la pelliccia nuova.
marzo non finisce più. è marzo da quando avevo 8 anni e aspettavo l’estate.
vorrei avere qualche preoccupazione immediata a cui saprei dare soluzione.
ho miliardi di soluzioni ma per esigenze sbagliate.
vorrei stare cercando di fami la ragazza. saprei venirne a capo.
o sveltire le pratiche per il passaporto. trovare un traduttore per il cinese legale. organizzare un buffet per veggani.
svuotare una soffitta. uscire da un parcheggio strettissimo. limitare l’uso del sale.
so risolvere così tanti problemi. ma nessuno che mi ritrovi addosso.
qualcuno di voi vuole aiuto per fidanzarsi?

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