You feel like a bug!

29 Febbraio, 2008

manca sempre un pezzo per essere felice*

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 10:41

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maurizio cattelan, bidibibodibibooo, 1996

tiro lungo, il telecomando manca il bracciolo del divano, ruotando di testa si lamenta con un rumore costoso per andarsi sicuro ad infilare sotto al divano.
sono i gesti compiuti per risparmiare tempo che ne fanno impiegare quantità da pil di stato frenetico, bastevoli per progettare costruire inaugurare a colpi di berlucchi la tav al netto di dispersione di folle incatenate e carezze economiche agli amministratori ecologisti integerrimi, per pratiche spedibili, se compiute in modalità standard, in un niente.
non stesse allargando l’emorragia del ritardo (che il paziente lo perdiamo, stavolta) si metterebbe a riflettere su come combacino bene i bordi tra l’incapacità di gestione temporale nella conduzione delle esigenze quotidiane e la sua incapacità a gestire la vita in generale.
le pile rotolano placide sul pavimento, ciascuna in una direzione diversa sfidando ogni legge della fisica e non avendo visto il punto di propagazione non sa dove andare a cercare il telecomando.
ma poi perché dovrebbe cercarlo?
per spegnere il televisore - la smettesse di accenderlo ancora prima di togliersi le scarpe entrando in casa, la sua prefica personale da costante rosario, e non sente niente e non vede niente, soltanto utile a farlo innervosire adesso.
i televisori hanno un grazioso pulsantino, peraltro, si dice mentre guarda la faccia allo specchio e forse ci stava farsi la barba ma ormai, dopo essersi cincischiato sulle conseguenze nello spazio tempo della caduta dei gravi, non è davvero possibile (il gatto si rimbalza tra le zampe una pila. la pila contiene sostanze tossiche, se la leccasse? non ce la fa a digitare su google ‘veleno pila gatto morte’, decide di rischiare, l’idea della sua mano lercia di sangue probabile esito del tentativo di togliere alla bestia il suo nuovo gioco lo disincentiva tantissimo, coraggio, vecchio mio, vedrai che ce la caveremo anche stavolta).
le chiavi sono ovunque tranne dove lui sa che siano, anche dopo i successivi aggiustamenti di rotta nella ricostruzione del suo tragitto poche ore prima rientrando a casa, gira come un idiota abbozzando i gesti senza affondare i passi quando si ricorda di essere poi andato in un’altra stanza e tornando indietro, esacerbando l’ira verso di sè e verso il genere umano tutto.
si riguarda allo specchio e gli sembra gli sia ancora cresciuta la barba, poi vede i pantaloni, si è cambiato i pantaloni, le chiavi sono in quelli che indossava prima.
il cellulare di sicuro si sarà dibattuto come in una tonnara, l’ha messo fuori vista apposta per non averne la certezza.
prende la porta, un occhio al gatto che ormai dorme sul termosifone, forse è il primo sintomo di avvelenamento da mercurio. ma allora è nato avvelenato, pensa.
che poi forse sarebbe meglio restare qui.
si è concentrato sugli aspetti pratici perché sono gli unici risolvibili. sul fatto che vederla gli faccia male, per rispondere alla pulsione impellente di essere semplice almeno con se stesso, diretto e senza virtuosismi linguistici - che confondono e non curano - non ci ha dedicato neppure un minuto.
che poi quello servirebbe. lo stesso spazio temporale necessario a lasciarla.

(i gatti che leccano le pile sono vivi e lottano in mezzo a noi)


(perturbazione, qualcuno si dimentica)


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28 Febbraio, 2008

Campbell’s Soup Cans

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 10:02

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rene magritte, la philosophie dans le boudoir, 1947

per rispondere a circostanze di urgenza, quando occorre esser reattivi e non si ha il tempo di organizzarsi, ho pronta una serie di misure già costituite in pressoché ogni campo mi servano.
fidati piloti automatici che posso inserire senza preoccupazione.
squadre di abbigliamento con accessori mentalmente già composte da afferrare prenotando nel frattempo l’ascensore e lavandosi i denti cercando le chiavi, articolate in decisamente seriosa, seriosa ma compiaciuta di un’occhiata, licenziosa.
argomenti di conversazione nel caso in cui le parole non scorrano per mancanza di stimoli, o per sedare risse sul nascere evitando situazioni scomode, o per non rispondere quando non voglio rispondere a qualcosa, roteando con grazia la muleta, da scegliere nelle diverse categorie che tengo schedate per conformarli addosso ai presenti.
pure persone da invitare nel caso occorra pareggiare tavoli, sfumare compagnie difficili da maneggiare o di crisi sentimentali da confondere. anche se lo zelig per eccellenza resto comunque io, detengo un curriculum di inviti per ogni genere di evento e mai una lamentela.
posizioni sessuali collaudate (si conformano anche quelle sugli astanti).
soprannomi affettuosi, di cui in realtà abuso perché ho qualche difficoltà a trattenere i nomi di battesimo.
idee politiche.
moti di spirito.
aspirazioni personali.
pulsioni vitali.
tecniche di suicidio.
pianti spontanei.
dichiarazioni d’amore.
non contemplo più ormai l’imprevisto.

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27 Febbraio, 2008

senza testata d’angolo (avevano ragione i costruttori)*

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 9:54

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paul fusco, jerusalem, orthodox praying in a cave next to the wailing wall, 1993.

se tolgo la fronte cade il muro.
o mi si sfila la spina dorsale.
siamo diventati consaguinei, io e il muro, di sicuro gli si riconoscerà addosso più sensibilità di quanta se ne distingua in me.
brutta storia pure la sua, che poi alla fine gli ho chiesto anche scusa del pugno, per quanto non sia un incassatore e la forza e la frustrazione mi siano rimasti nella mano.
come l’alone di sanguinamento, sempre unidirezionale verso di me.
lo stare aderenti, io e il muro - freddi lisci puri, mette i contorni tagliati a vivo, che non consentono alibi di disattenzione, al centro della questione, a quanto incorniciato
resta centrato
il buco
può sembrare l’esito artistico di un percorso di ricerca figurativa, pure buono come perno di qualche salotto culturale.
col certificato di autenticità posso fornire l’agiografia di ricerca e autocoscienza che sta a monte, posso fornire altre manciate delle mie falsità a piacere. neppure devo rifornirmi, bastano quelle casualmente nelle tasche adesso.

bisogna che faccia riposare il muro.

* Salmo 117, v. 22.

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26 Febbraio, 2008

sailing to byzantium [non è un paese per vecchi]

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 9:49

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a me non poteva succedere, io non andrei mai nel deserto a cacciare bestie.
né seguirei una scia di sangue.
né mi avvicinerei a due jeep decorate da cadaveri. e non aprirei la portiera. e non conterei i morti dicendo ‘ehi ne manca uno’. insomma, non avrei avuto alcuna possibilità di portarmi via la valigia ebbra di denaro.
non è terra per vecchi ma nemmeno per me, bisogna essere preparati.
preparato è il reduce del Vietnam, con buone conoscenze mediche (ma meno del killer, per essere killer occorre sapersi fare iniezioni e estrarre pallottole) – c’era un periodo in cui nell’immaginario televisovocinematografico gli uomini erano tutti reduci del vietnam, l’A-team, magnum pi, rambo – e per un po’ ce la fa, infila la valigia nei condotti dell’aria e la ripesca con l’arpione fatto di grucce, modifica armi, entra in pigiama nei negozi e non smuove neppure troppi sopraccigli.
non è innocente, lui, ma non sembra innocente nessuno in questo film.
infondo lo sceriffo è troppo consapevole e già arreso fin dal principio per significare di essere il bene, ha rinunciato a qualsiasi pulsione di speranza - c’è il bene senza speranza, anche incosciente?
e non c’è acqua, è tutto secco, mi si impasta la bocca di sabbia a scriverne, arido il cielo, non c’è sesso.
il male è così assoluto che quasi ci si abitua all’idea che non ci saranno serie possibilità di sopravvivenza. Il killer ha il piglio asettico da impiegato del catasto ma mostruoso perché inarrestabile, non c’è compiacimento nella morte che infligge, è lavoro.
Non sei obbligato a farlo, gli dicono le vittime, e lui non si capacita del senso della frase. Perché è una osservazione inutile.
Uccide se gli serve un’auto per scappare. Uccide il cow boy molleggiato bianco vestito perché incaricato di ucciderlo a sua volta. E anche alla fine, uccide nel salotto triste e pulito perché si era detto così, ‘l’ho promesso’.
Gli attori sono stati scelti con una cura tale che si distingue l’opera di pulitura delle caratterizzazioni come dei dialoghi, la moglie è teneramente giovane e dolcemente incapace di capire, anche nei ruoli piccoli sono calzanti, come la madre di lei, perfettamente caustica (‘andrà tutto bene? come andrà tutto bene, ho il cancro…’).
non è un paese per vecchi ma nemmeno per cani. al confine col messico meglio nascere cavalli.

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25 Febbraio, 2008

sentenza miranda

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 9:34

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leonard freed, new york city, 1978, a man taken into custody in a police car

ho dei ricordi posticci.
speculazioni oziose, in genere infantilmente violente, mentre aspetto il turno al bancomat, rappresentazioni da esplodere di ansia per darmi fastidio mentre cerco di prendere sonno, insomma diversi ‘e se succedesse che’ i quali, invece di scivolare verso lo scarico in senso orario una volta consumati, forse perché ripetuti, forse perché hanno la forma giusta, mi restano agganciati alla testa con la veste di memoria effettiva. come mi fosse successo davvero.
talvolta sono eventi - ripeto mai accaduti, solo sceneggiati dietro gli occhi per distrarmi o spaventarmi o senza ragione - talvolta limitate sensazioni.
ad esempio la percezione tattile (la quasi totalità dei miei, peraltro inefficienti e scarni, ricordi mi passa attraverso la pelle, il tatto pare essere l’unico senso che mi funzioni davvero) di manette che mi chiudono le braccia dietro la schiena. classicamente di metallo, che fanno un clic secco serrandosi, e contemporaneamente una mano che mi spinge.
e lo ricordo molto bene, la variazione della temperatura dell’acciaio che cede il freddo e prende l’attrito del mio sangue, io che premo contro i bordi segnandomi i polsi per esplorare la circonferenza, l’impulso di allargare le braccia per comprendere fino a dove resti bloccata, la consapevolezza che se scivolassi dovrei girare la faccia per non rompermi il naso non potendo attutire con le mani la caduta.
il ricordo si limita a questo, non ha interesse per quello che è accaduto prima nè del prosequio. è bastevole, come se fosse possibile che accadesse questa sola monade di evento, zingaro di motivazione e conseguenze.
ho visto in un programma su un canale satellitare - una sorta di reportage dell’attività dei poliziotti americani - che adesso non usano più le manette ma una specie di fascetta da elettricista di plastica per bloccare le mani dietro la schiena.
evitentemente devono avermi ammanettata tanto tempo fa.

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24 Febbraio, 2008

Fieri ormoni

Archiviato in: Diario — scritto da Kafkahigh @ 20:25

Viareggio

Premetto che odio la domenica e in particolare la domenica sera. Mi fa girare i coglioni la stolida fissità di queste giornate dove sembra che niente mai possa accadere. Il telefono non squilla e se arriva un sms è di qualche locale in cerca di polli da spennare. Insomma un disastro. Il muezzin mitocondriale ulula che bisognerebbe accoppiarsi!! Sarà la primavera che arriva che mi mette in stato di agitazione. Mi metto in cuffia ‘Stati di agitazione’ dei mai troppo compianti CCCP e aspetto che la febbre nelle ossa scenda o rimanga come un’eco accennata, appena un riverbero dietro la coscienza. Intanto domani è di nuovo tempo di fatica: produci consuma crepa, sbattiti fatti crepa. I primi due punti li ho già vissuti, sia nella parte produttiva che in quella distruttiva, mi manca il crepa. Ma quello credo che venga senza particolari problemi solo che arrivi il suo tempo. Mai mettersi a rileggere cose scritte nel passato. Non mi ricordavo di aver scritto certe cose tipo quindici anni fa…

E queste mani sprigionavano stelle. Le vedevamo aprirsi in lenti gesti. Oppure chiudersi in un artiglio che avrebbe colpito metri e metri più in là.
(Vediamo la sua bocca scioccata e gli occhi dipinti di nero)
Mani che avrebbero ucciso ragazzi ovunque avessero potuto, si sarebbero ingegnate per sopprimere la vita di ogni choji (???) che avessero incontrato, serrandosi, stringendosi in un pugno o semplicemente sciogliersi in carezze velenose.
(Il gigante Papelote e i quattro Emissari ridevano sulla scogliera. Il gigante agita la sua testona di cartapesta) Folle di Mamuthones terrorizzati che scendono scivolando giù per il pendìo e trascinano un somaro con una gamba rotta. Il gigante ruggisce ma si vede chiaro che non ne ha abbastanza.
Avrebbe dovuto riempirsi di parole fino a scoppiare prima che qualcosa innescasse la reazione necessaria per sprigionare tutta la sua forza.
Allora sì che avrebbe potuto combattere ad armi pari col Vulcano che stava ad est. L’isola sapeva di essere in pericolo e lui non l’avrebbe risparmiata. L’avrebbe fatta a pezzi e avrebbe chiamato il mare perchè la ricoprisse per sempre.
- Per quanto ancora? -
- Fino a quando non cesseranno le voci dentro la mia testa!-
La sua testa atmosferica va su e giù col suo sorriso stampato, di carta. Sembra che rida.

Ma che cazzo mi ero fumato? Boh!

Servus!

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