*in cui p è la compenetrazione fra i due corpi, v la velocità di compenetrazione e a, c e k rappresentano dei parametri da specificare; ovviamente in caso di assenza di contatto, il che equivale alla condizione p<0, F assume il valore nullo.
Realizzò che la sua vita era una merda alle 15.34 del 27 gennaio 2008. Aveva appena passato in rassegna tutti i canali della tv – prima i nazionali, poi i locali, questi ultimi con un’unica pressione continua del tasto più – senza trovare neppure una partita di calcio o di qualsiasi altro sport su cui soffermarsi. Del resto, a un maschio umano, domenica pomeriggio, non serve più di una mezzala dal nome buffo, tipo Gasbarroni, e dai capelli lunghi e appesantiti dalla fatica per far passare la tristezza; foss’anche una partita di Eccellenza. Ma dopo aver sopportato per cinque minuti i gesti scomposti di una ex bellona ora simile ad un travestito per le troppe plastiche subite, aveva cambiato ancora ed era finito su Domenica In.
Ascoltando le ultime notizie sulla recente crisi di governo, aveva d’improvviso ricordato quello stesso presentatore, 20 anni prima, in quello stesso studio, che illustrava percentuali in relazione a simboli di partiti affiancati da sigle indecifrabili. Il ricordo di sé bambino, col padre magro e nero-barbuto affianco sul divano, una domenica di due decenni prima, gli aveva fatto esclamare con sconforto “Che vita di merda che faccio”.
Il giorno prima aveva per casualità scoperto che l’unica persona nel raggio di 100 km che si azzardava a definire amico era fidanzato da un mese senza che ne avesse conoscenza; e l’ultima telefonata nel registro chiamate ricevute, al netto della voce “mamma”, risaliva a sabato, della settimana precedente.
Si sfregò le mani sbuffando d’insoddisfazione, poi fece scendere la destra sotto l’elastico della tuta grigia slabbrata che portava in casa, quando non aveva nessun programma con cui riempire la giornata. Accarezzò i testicoli roteando l’indice tra i peli pubici, fino al limite dell’eradicazione. La mano sinistra si muoveva tra i tasti sporchi del telecomando, aprendo e chiudendo freneticamente il televideo che non portava alcun nuovo fatto dal mondo. Mosse la mano destra attorno al pene, meccanicamente, mentre il vecchio presentatore poneva domande insulse a politici ignoti, tra la gazzarra del pubblico. Abbassò ancora più i pantaloni e ne estrasse il pene, valutando con sufficienza l’erezione artificiale che si era procurato, di quelle destinate a sgonfiarsi in pochi istanti, solo fosse terminata la solleticazione. Frugò tra i canali alla ricerca di qualche stacco di cosce che potesse suscitare interesse nella sua virilità, ma il nuovo moralismo cattolico (o forse l’imperare della gerontocrazia) pareva aver depurato la domenica pomeriggio di donne sotto i 50 anni.
Rinnovò gli sforzi col braccio destro per non perdere l’accenno di erezione esistente, non pensando a nulla se non al lieve bruciore del glande e guardando in maniera passiva la donna-travestito che, credendosi non inquadrata, parlava con un operatore senza degnare d’attenzione l’intervistato.
Chiuse gli occhi cercando di portare alla mente qualche immagine eccitante – la segretaria dell’ufficio china a raccogliere le pratiche, la sgargiante tizia dell’autobus che urlava al telefonino frugando con la mano nella scollatura – ma il pensiero gli tornava alle mani di una compagna delle superiori; mani che aveva desiderato sentire sulle sue spalle e sul suo petto, e poi giù attorno al cazzo. Mani che non aveva più che sentito sulla spalla al momento di un bacio sulle guance prima delle vacanze estive. Accelerò il ritmo mentre dalle mani ricostruiva il volto della ragazzina di allora, né bella né brutta, un po’ scema, e richiamava il sedere un po’ sporgente stretto nei pantaloni e i seni piccoli in una maglia invernale bianca coi peli a vista.
Eiaculò senza provare piacere, solo un breve brivido, come sempre gli succedeva in questi casi in cui la noia, più del desiderio, lo spingeva a masturbarsi; il risultato di queste seghe a cazzo monco era poi una lieve irritazione alla punta, che avrebbe riacutizzato la trista alla prima pisciata; e una certa pesantezza alle orbite oculari, facilmente vincibile con un caffè. Il pene gli si raggrinzì quasi all’istante, mentre disgustato pensava che non aveva nulla di meglio per eccitarsi che una quindicenne mai avuta. Si chiese se immaginava se stesso minorenne masturbandosi, e risolse il dubbio sulle dinamiche del desiderio che un bah svogliato, mentre lo sperma nell’incavo della mano sbiadiva.
Si alzò con attenzione per non sporcare nulla e andò fino al bagno. Con un movimento secco del polso face cadere nella tazza 60 milioni di spermatozoi senza alcun pentimento, mentre con la sinistra spezzava la carta igienica e si ripuliva la destra. Tirò l’acqua. Decise che si immaginava minorenne, mentre scopava il palmo della sua mano destra, ma che fisicamente non si attribuiva una dimensione. Pensò, anzi, che non aveva alcun ricordo compiuto se non dei suoi primi 18 anni, né aneddoti da raccontare, se non di allora. Non desiderava che le ragazze di allora, quelle più ingenue e timide, però, quasi si vergognasse della sua ignoranza sessuale con quelle dalle forme più abbondanti o dalla bocca più svelta.
Strofinò le mani col sapone per eliminare gli appiccicosi resti di sperma dalla mano. Si accarezzò il viso, che sentiva unto di sudore, in particolare il naso. Giovinezza che non vuol passare, pensò, mentre poggiava il polpastrello dell’indice sullo specchio. Contemplò l’impronta digitale, disegnata alla perfezione dal proprio sudore sul vetro; immaginò di perdersi tra le linee come nel labirinto di siepi di Schoenbrunn. Allargò il collo della maglietta, liberando la spalla costellata di piccoli brufoli. Altro segno di giovinezza, pensò, mentre si lavava la faccia. Alzò il viso colmo d’acqua sullo specchio, ma si vide vecchio, non ragazzo. Pure non riusciva a perdere i difetti dell’adolescenza che l’avevano distrutto allora. Corrugò le rughe della fronte, parallele convergenti.
Appoggiò la fronte al vetro; la punta del naso avvertì il contatto freddo e si sentì libero, con la faccia schiacciata contro propria faccia. Non era il desiderio a farlo muovere: erano frustrazione e rabbia a muovere la sua mano attorno al cazzo per quell’impegno di due minuti, e non di più, che pure era stata l’unica sua attività nella solitudine dell’intera giornata, che da qualche minuto fermo in quella posizione quando suonò il telefono.
Giù dalle scale, si avvita su se stesso al secondo gradino e ripercorre correndo il pianerottolo; stacca le chiavi che aveva lasciato nella toppa; si precipita giù dai gradini fino al piano terra, e accelera sul vialetto più che può. Sente le ginocchia alte nella corsa, i piedi che scivolano sul selciato; “vieni subito”, ha detto, e per l’eccitazione il pensiero prende quasi forma sulle sue labbra. Compie una mezza rotazione con il braccio sinistro intorno al palo premendo il bottone dell’apricancello, con forza spalanca il portoncino, che sbatte e si richiude per il contraccolpo. E’ già alla macchina, le cui quattro frecce aveva già fatto illuminare con il telecomando da 70 metri. Apre la portiera e sorride. Sorride e si stacca dalla specchio: con un’occhiata valuta l’impronta del proprio viso, articolata in una macchia grande che si rapprende all’altezza della fornte, una piccola già estinta per il naso; “vieni subito” bofonchia sogghignando e fruga tra i cuscini del divano cercando il telefono, alza il ricevitore aspettandosi di sentire il segnale di libero dall’altra parte tanto tempo è passato dal primo squillo, “Buongiorno, sono Silvio di Infostrada. Mi scusi se la disturbo”.
questo l’ha scritto un mio amico (ho aggiunto solo il titolo, perché ne era privo), speditami stanotte. è incredibilmente assimilabile, nell’animus che ci si legge dentro, a quello che ha scritto salvo.
quindi la dedico a te, a me sembra bellissimo quanto triste.
mi sento termine inutile di fine corsa dei treni, ne ammortizzo l’approdo e assisto incapace alla loro nuova e definitiva condizione di solitudine immobile.