You feel like a bug!

31 Gennaio, 2008

gassa d’amante

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 10:03

le infinite combinazioni di nodi tra due persone che parlano stando vicine più possibile, con tutta la pelle disponibile a contatto, come se servisse a scoprirsi, se soffiando parole su una nuca si riuscisse a mostrare e vedere qualcosa di altrimenti nascosto.
e si sciolgono gli artifici della costruzione delle frasi per monconi diretti, aprendo lattine, e i gesti meccanici da dare per presupposti - lavare la superficie che si piega all’interno a contatto della birra, da non pensarci mai - se solo ci si conoscesse davvero, sono così stranianti uno dell’altro.
la musica che prosegue da sola, e ogni tanto si volta all’indietro a guardare. tenendoli di sottofondo.

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30 Gennaio, 2008

F = kp - cv o della compenetrazione in caso di assenza di contatto*

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 10:17

*in cui p è la compenetrazione fra i due corpi, v la velocità di compenetrazione e a, c e k rappresentano dei parametri da specificare; ovviamente in caso di assenza di contatto, il che equivale alla condizione p<0, F assume il valore nullo.

Realizzò che la sua vita era una merda alle 15.34 del 27 gennaio 2008. Aveva appena passato in rassegna tutti i canali della tv – prima i nazionali, poi i locali, questi ultimi con un’unica pressione continua del tasto più – senza trovare neppure una partita di calcio o di qualsiasi altro sport su cui soffermarsi. Del resto, a un maschio umano, domenica pomeriggio, non serve più di una mezzala dal nome buffo, tipo Gasbarroni, e dai capelli lunghi e appesantiti dalla fatica per far passare la tristezza; foss’anche una partita di Eccellenza. Ma dopo aver sopportato per cinque minuti i gesti scomposti di una ex bellona ora simile ad un travestito per le troppe plastiche subite, aveva cambiato ancora ed era finito su Domenica In.
Ascoltando le ultime notizie sulla recente crisi di governo, aveva d’improvviso ricordato quello stesso presentatore, 20 anni prima, in quello stesso studio, che illustrava percentuali in relazione a simboli di partiti affiancati da sigle indecifrabili. Il ricordo di sé bambino, col padre magro e nero-barbuto affianco sul divano, una domenica di due decenni prima, gli aveva fatto esclamare con sconforto “Che vita di merda che faccio”.
Il giorno prima aveva per casualità scoperto che l’unica persona nel raggio di 100 km che si azzardava a definire amico era fidanzato da un mese senza che ne avesse conoscenza; e l’ultima telefonata nel registro chiamate ricevute, al netto della voce “mamma”, risaliva a sabato, della settimana precedente.
Si sfregò le mani sbuffando d’insoddisfazione, poi fece scendere la destra sotto l’elastico della tuta grigia slabbrata che portava in casa, quando non aveva nessun programma con cui riempire la giornata. Accarezzò i testicoli roteando l’indice tra i peli pubici, fino al limite dell’eradicazione. La mano sinistra si muoveva tra i tasti sporchi del telecomando, aprendo e chiudendo freneticamente il televideo che non portava alcun nuovo fatto dal mondo. Mosse la mano destra attorno al pene, meccanicamente, mentre il vecchio presentatore poneva domande insulse a politici ignoti, tra la gazzarra del pubblico. Abbassò ancora più i pantaloni e ne estrasse il pene, valutando con sufficienza l’erezione artificiale che si era procurato, di quelle destinate a sgonfiarsi in pochi istanti, solo fosse terminata la solleticazione. Frugò tra i canali alla ricerca di qualche stacco di cosce che potesse suscitare interesse nella sua virilità, ma il nuovo moralismo cattolico (o forse l’imperare della gerontocrazia) pareva aver depurato la domenica pomeriggio di donne sotto i 50 anni.
Rinnovò gli sforzi col braccio destro per non perdere l’accenno di erezione esistente, non pensando a nulla se non al lieve bruciore del glande e guardando in maniera passiva la donna-travestito che, credendosi non inquadrata, parlava con un operatore senza degnare d’attenzione l’intervistato.
Chiuse gli occhi cercando di portare alla mente qualche immagine eccitante – la segretaria dell’ufficio china a raccogliere le pratiche, la sgargiante tizia dell’autobus che urlava al telefonino frugando con la mano nella scollatura – ma il pensiero gli tornava alle mani di una compagna delle superiori; mani che aveva desiderato sentire sulle sue spalle e sul suo petto, e poi giù attorno al cazzo. Mani che non aveva più che sentito sulla spalla al momento di un bacio sulle guance prima delle vacanze estive. Accelerò il ritmo mentre dalle mani ricostruiva il volto della ragazzina di allora, né bella né brutta, un po’ scema, e richiamava il sedere un po’ sporgente stretto nei pantaloni e i seni piccoli in una maglia invernale bianca coi peli a vista.
Eiaculò senza provare piacere, solo un breve brivido, come sempre gli succedeva in questi casi in cui la noia, più del desiderio, lo spingeva a masturbarsi; il risultato di queste seghe a cazzo monco era poi una lieve irritazione alla punta, che avrebbe riacutizzato la trista alla prima pisciata; e una certa pesantezza alle orbite oculari, facilmente vincibile con un caffè. Il pene gli si raggrinzì quasi all’istante, mentre disgustato pensava che non aveva nulla di meglio per eccitarsi che una quindicenne mai avuta. Si chiese se immaginava se stesso minorenne masturbandosi, e risolse il dubbio sulle dinamiche del desiderio che un bah svogliato, mentre lo sperma nell’incavo della mano sbiadiva.
Si alzò con attenzione per non sporcare nulla e andò fino al bagno. Con un movimento secco del polso face cadere nella tazza 60 milioni di spermatozoi senza alcun pentimento, mentre con la sinistra spezzava la carta igienica e si ripuliva la destra. Tirò l’acqua. Decise che si immaginava minorenne, mentre scopava il palmo della sua mano destra, ma che fisicamente non si attribuiva una dimensione. Pensò, anzi, che non aveva alcun ricordo compiuto se non dei suoi primi 18 anni, né aneddoti da raccontare, se non di allora. Non desiderava che le ragazze di allora, quelle più ingenue e timide, però, quasi si vergognasse della sua ignoranza sessuale con quelle dalle forme più abbondanti o dalla bocca più svelta.
Strofinò le mani col sapone per eliminare gli appiccicosi resti di sperma dalla mano. Si accarezzò il viso, che sentiva unto di sudore, in particolare il naso. Giovinezza che non vuol passare, pensò, mentre poggiava il polpastrello dell’indice sullo specchio. Contemplò l’impronta digitale, disegnata alla perfezione dal proprio sudore sul vetro; immaginò di perdersi tra le linee come nel labirinto di siepi di Schoenbrunn. Allargò il collo della maglietta, liberando la spalla costellata di piccoli brufoli. Altro segno di giovinezza, pensò, mentre si lavava la faccia. Alzò il viso colmo d’acqua sullo specchio, ma si vide vecchio, non ragazzo. Pure non riusciva a perdere i difetti dell’adolescenza che l’avevano distrutto allora. Corrugò le rughe della fronte, parallele convergenti.
Appoggiò la fronte al vetro; la punta del naso avvertì il contatto freddo e si sentì libero, con la faccia schiacciata contro propria faccia. Non era il desiderio a farlo muovere: erano frustrazione e rabbia a muovere la sua mano attorno al cazzo per quell’impegno di due minuti, e non di più, che pure era stata l’unica sua attività nella solitudine dell’intera giornata, che da qualche minuto fermo in quella posizione quando suonò il telefono.
Giù dalle scale, si avvita su se stesso al secondo gradino e ripercorre correndo il pianerottolo; stacca le chiavi che aveva lasciato nella toppa; si precipita giù dai gradini fino al piano terra, e accelera sul vialetto più che può. Sente le ginocchia alte nella corsa, i piedi che scivolano sul selciato; “vieni subito”, ha detto, e per l’eccitazione il pensiero prende quasi forma sulle sue labbra. Compie una mezza rotazione con il braccio sinistro intorno al palo premendo il bottone dell’apricancello, con forza spalanca il portoncino, che sbatte e si richiude per il contraccolpo. E’ già alla macchina, le cui quattro frecce aveva già fatto illuminare con il telecomando da 70 metri. Apre la portiera e sorride. Sorride e si stacca dalla specchio: con un’occhiata valuta l’impronta del proprio viso, articolata in una macchia grande che si rapprende all’altezza della fornte, una piccola già estinta per il naso; “vieni subito” bofonchia sogghignando e fruga tra i cuscini del divano cercando il telefono, alza il ricevitore aspettandosi di sentire il segnale di libero dall’altra parte tanto tempo è passato dal primo squillo, “Buongiorno, sono Silvio di Infostrada. Mi scusi se la disturbo”.

questo l’ha scritto un mio amico (ho aggiunto solo il titolo, perché ne era privo), speditami stanotte. è incredibilmente assimilabile, nell’animus che ci si legge dentro, a quello che ha scritto salvo.
quindi la dedico a te, a me sembra bellissimo quanto triste.
mi sento termine inutile di fine corsa dei treni, ne ammortizzo l’approdo e assisto incapace alla loro nuova e definitiva condizione di solitudine immobile.

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29 Gennaio, 2008

Il gran rifiuto

Archiviato in: Diario — scritto da Kafkahigh @ 21:33

bof

Ho riflettuto sulle cose che ti ho detto. Ci ho pensato e ripensato. La conclusione è che non appartengo a questo posto. Non è la prima volta che si scolla il piano del corpo e quello (ma ce n’è un’altro?) dei desideri. Mentre lo baciavo mi sembrava di masticare carne cruda, e la cosa non mi è piaciuta. Affanculo, mi son detto, abbandoniamo il reale che odora di frollo, odora di lacrime e sangue, per la perfezione cristallina del cyberspazio. Se voglio ti telefono e ciao. Cosa c’è di più comodo di un interruttore on / off ?

Ho scritto due righe sul perchè non posso diventare uno scrittore. Le ho messe qui . E ci ho anche aggiunto un po’ di piume di pavone, giusto alcune, fra le cose che ho amato.

Baci

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23 gradi

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 11:04

aspirazioni ascendenti per qualcuno - in crisi per lo scollamento tra la dicitura nella seconda pagina del documento di identità e il contenuto dello schermo del pc che riflette un certo anfratto creativo della rete - decisamente ambizioni di terra sotto alle unghie per altri.
ci sono momenti in cui mi sembra di avere, quale unico strumento di percezione della realtà, la lingua.
come i bambini che mettono in bocca qualsiasi cosa, sono necessariamente greve.
la mia persona è fisica, i pensieri sono plastici a tre dimensioni, e le parole altrui, le vite altrui, gli altri interamente, devo alloggiarli dietro i denti anche solo per accorgermi che esistano, e poi per capirli.
però succede che si rompano.
anche se uso accortezze, lo so di dover fare piano, e credo pure di fare attenzione, solo che esiste un momento di sconnessione, o di sovralimentazione e divento insufficiente, come fare l’amore con una vergine, tu lo sai che devi fare piano, e neppure arrivi fino in fondo, e più che sesso è una cerimonia di consolazione e incoraggiamento, sostituendo a ti piace non ti fa male, vero?, ti comporti come bisognerebbe, sei vigile e lucido e affettuoso e cauto, quando ecco che superi il limine in rosso e andare piano diventa difficile, trattenersi pure, con la voce si rappresentano gesti e col bacino se ne spingono tutti altri.
però dire che sia un’impulso carnale, esterno e ingestibile, è anche un modo facile di sgravarsi la coscienza, perché in realtà, io credo che in realtà questo sia un momento in cui proprio con la ragione viva non te ne frega più niente, di lei e del suo dolore e della paura e di lei, di lei completo individuo. ci sei solo tu.
quindi ogni tanto mi si spezzano ferendomi la bocca, gli altri, e in genere proprio quando l’esperienza conoscitiva mi stava procurando maggiore piacere.

annoiarmi garantisce la sopravvivenza.

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28 Gennaio, 2008

gli insetti imbalsamati restano croccanti?

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 11:51

la scena della sauna - vero motore della volontà di andare a vedere il film cronenberg - è stata rispettosa delle aspettative. per intenderci, la cresta iliaca era canoviana.
immagino non sia stato propriamente semplice lottare sdrucito a sangue tra un tatuaggio e l’altro completamente nudo, e contro due uominidi vestiti che mancava solo il cappello, e mantenere un’espressione truce nel contempo.
adesso, unendo gli insegnamenti in zona sanguinaccio di mia nonna, penso che mi sia abbastanza chiaro come si sgozzi una creatura, che pare che in russia i proiettili costino uno sproposito dal momento che non ne è morto uno senza sapiente uso di arma bianca.
cassel interpreta sempre personaggi storti. certo la faccia aiuta.
il libro regalatomi sabato - il necrofilo, in ordine al quale qui si era già parlato - è indubbiamente potente e disturbante. pertanto mi è piaciuto. amplifica ed esaspera la morbosità di Süskind come pure il senso colloso di solitudine del protagonista di entrambi i libri.
ora devo essere all’altezza nel ricambiare l’omaggio.
e sabato ho passato del tempo molto dolce con il tenutario del blog la cui libreria preferita è pure la mia.
sbirciavo sulla sua faccia, riflessa sui vetri del negozio che esponeva insetti abnormi crocefissi, per riconoscere segni se gli piaccia davvero.
sto bene con te, incontenibile flusso di parole e pelle, hai una tristezza così educata.

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25 Gennaio, 2008

le spalle voltate di marcio

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 10:31

sulla massima i nemici dei miei nemici sono miei amici ho delle perplessità, perché se provo ribrezzo nei confronti di qualcuno comprendo nel ribrezzo i suoi modi di fare, le sue frequentazioni, piacevoli o meno per lui che siano. comunque se ha scelto di conoscere qualcuno il suo vaglio di selezione mi farà schifo, conseguentemente anche le persone rimaste impigliate nel vaglio, pure se collocate nella sua lista dei cattivi.
è per questa impostazione mentale che quando un amico di un amico palesemente mi odia - senza che gli abbia fatto nulla, per il solo fatto di essere, insomma proprio non gli piaccio - resto confusa.
perché se abbiamo l’elemento in comune della medesima persona a cui vogliamo bene, come è possibile che non ci sia affinità? magari non saremo mai castore e polluce però non capisco come sia possibile starsi proprio sulle palle, e ripeto per le sole caratteristiche personali.
soprattutto quando magari l’anello di congiunzione è oggetto di spropositato affetto per entrambi.
questa situazione mi è capitata una (fai due) volta(e) con riferimento alle fidanzate di qualche amico.
persone degnissime con altrettanto issimi discutibili gusti sentimentali. adotto la legge del tacere e non esprimere valutazioni negative e rispondo anche di sì con animus di bovino ruminante alle proposte di allegra e femminea condivisione di eventi, io e la sua fida e l’immancabile amica devastante della fida.
però in questo caso la situazione non è alla pari, che le ragioni che ti spingono a scegliere/riconoscere/creare un amico (a seconda dei processi mentali che ciascuno pone alla base del processo di nascita di un’amicizia) sono diverse da quelle a monte dell’individuazione del condivisore di amore.
così non mi turba più di tanto, salvo per lo stupore che provo per i gusti sessual-sentimentali di taluno, davvero incomprensibili.
ma perché a un amico di un mio amico (c’era una canzone di un gruppo metal… la ragazza della mia ragazza è la mia ragazza n. 2, mi sembra, ma non ricordo, devo chiedere a disorder), entrambi frutti del medesimo processo di selezione/riconoscimento da parte dell’elemento comune, non piaccio per niente? perché mi odia?
perché mi odi, marcio?

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