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Oggi ho camminato un po’ in via Roma e c’erano due chilometri di libri, tra banchi e bancarelle varie, io comunque gli acquisti li avevo già fatti, alla Bussola, venerdì sera, verso le dieci, mentre ero a spasso con Br1. Un libro con alcuni racconti di Kafka a fumetti, fatti da Peter Kuper, in un bianco e nero glorioso, assoli , riff di jazz spietato (vedi “l’avvoltoio” o “il ponte”) e un macabro gioiello d’avorio della collezione “ES”, intitolato “Il Necrofilo” , scritto da questa donna meravigliosa , tale Gabrielle Wittkop, nata nel 1920. Questo libro mi ha preso come uno schiaffo. Scritto meravigliosamente, quasi 100 pagine di piccole perle , immaginato come un diario di un ipotetico necrofilo, graziosi tableaux di nero Stige. Si flectere nequeo superos, Acheronta movebo…
Ve ne dono una pagina (meravigliosamente tradotta da tale Renato Baldassini) :
“16 luglio 19..
Ho appena visitato Capodimonte, il parco con i tritoni muscosi, il lungo castello giallo che, dietro i ciuffi di palme, ospita una meravigliosa pinacoteca. La morte di Petroniodi Pacecco de Rosa…Una composizione piena di movimento ma da cui traspira l’indifferenza; colori splendidi, limpidi, ma nessuna intuizione del soggetto. Perlomeno non quella che sento mia.
E proprio qui, a Napoli, nella pace della sua villa, Titus Petronius Arbiter, un nobile, un poeta, un uomo condannato, si è fatto aprire le vene dal suo medico. Attorniato dalle sue concubine e dai suoi schiavi greci che gli insinuavano la lingua nella bocca e gli carezzavano i capelli resi lisci dal bagno, ha visto cancellarsi il loro sguardo dietro un velo, perchè il suo stesso sguardo si spegneva come una lampada. Ha udito le loro tenere parole ritrarsi verso un altro pianeta perchè lui stesso stava per lasciare la terra. Sostenuto dalle loro braccia, ha probabilmente avuto il tempo di misurare la propria solitudine. Rovesciato sotto la dolcezza del loro sorriso, ha sentito quelle mani chiudersi sul suo membro ormai inerte, la sola forza che zampillava ancora da lui, raccolta in un corno di corallo rosso il cui arco perfetto univa il suo pugno al bacile d’argento. Ha sentito il nulla invadere il reticolo delle sue vene, la notte penetrare nella sua carne, dai lobi forati delle orecchie sino alle lunghe falangi piegate dal peso degli anelli, mentre le danzatrici incollavano la vulva sul suo corpo come le conchiglie sullo scafo di un vascello e le dita dei suoi efebi esploravano i suoi anfratti segreti. Nuotando nel suo bagno come nel liquido materno, Titus Petronius Arbiter sentì la vita sfuggirgli con la stessa dolcezza con cui un tempo era a lui venuta.
E’ così che si dovrebbe morire.”





