ci sarebbe da andare al mare.
come quando frequentavo la scuola e usavo lo stesso zaino, macchie di biro sugli asciugamani e sabbia nei libri. in stazione a ore imbarazzanti con gli occhi incollati a comprare le brioches muffe al bar cominciando subito con colpi importanti a esaurire le limitatissime finanze, fino a comprare il biglietto di ritorno facendo cumuli collettivi con la moneta.
qual’è la canzone, ‘e poi all’improvviso, il mare’? perché era così, sbucava senza coerenza con il circostante, ad un certo punto, innocente, azzurro.
quel mare lì, vorrei adesso.
staccato dal resto, autonomo e assoluto, bastevole.
oggi, mentre attendevo che fosse il mio turno, l’udito mi è scappato per andare a fare la pipì e ho ascoltato il collega alle mie spalle discettare di stato di disordine in essere, di sconvolgimento dei costumi, di precarietà del futuro. che la democrazia non è il sistema migliore per governare un paese - se è quella in atto la democrazia.
che se devi cambiare una porta a casa tua impieghi poco per selezionare il preventivo migliore e dare intrapresa e terminare il lavoro, ma quando diventa una faccenda condominiale bisogna prepararsi a tempi infiniti, litigi e prezzi superiori comunque a quelli praticati se l’intervento fosse stato operato dal singolo.
la faccenda dell’oligarchia faceva dondolare anche me giovane sopra ai principi del fermo e fiero comunismo come i bambini sul cancello.
chi seleziona i migliori, quelli ancora più perfetti?
perché allo stato i governanti sono espressione di votazioni.
e quelli perfetti, chi li indica?
ci sarebbe da andare al mare. senza i soldi per tornare.