You feel like a bug!

8 Maggio, 2008

la memoria della bocca

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 15:49

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Still Life (Fig), skylight 1B (Kenko) copyright 2005-2008 AlexEdg AllEdges (www.alledges.com)

E’ un bel gesto – toc e la bottiglia lascia il tappo sul bordo del tavolo, un movimento che implica più fiducia nell’avere la forza giusta che avere forza effettivamente.
Il locale respira persone freddamente, forse perché il livello dell’alcol nelle bottiglie ancora supera quello pisciato, l’amore accomodante da dilatazione delle pupille per il momento sta riposto elegante sotto le pieghe delle gonne corte che costringono le ragazze ad acrobazie glamour sedute sul dorso delle poltroncine.
Il bordo di vetro della birra si adatta al suo labbro inferiore, se ne accorge abbassando la bocca dopo aver bevuto. La barista raccoglie con due dita il tappo estratto e gli sorride, lui pensa che se fosse stato brutto forse avrebbe reagito rappresentando micidiali danni al legno del bancone per i graffi. O fosse solo stata di cattivo umore.
Forse ha un po’ troppe mutande ostese ma i jeans hanno un cavallo infinitesimale, se ne sarebbe dovuto accorgere comprandoli, solo che quando uno prova dei pantaloni non è che ci si siede.
I suoi amici hanno lottizzato due divani ad angolo, lui pensa di condividere la posa castrata femminile poggiandosi sullo schienale per non dover raccogliere tristemente i pantaloni al secondo giro da bere. Esponenzialmente il gesto di alzarsi dall’alcova morbida dei cuscini trattenendo la maggior parte dei vestiti si trasformerà in qualcosa di irrealizzabile incrementando i bicchieri vuoti.
La canzone trasmessa è la stessa da 4 giorni, gli sembra, perfino le frangette più entusiaste e docili hanno smesso di seguirne il ritmo.
Quando la cambiano però mugola come gli altri infastidito per la scelta musicale, il reggae cantato in meridionale può funzionare in un centro sociale ma non lì, un posto col cesso come scavato nel bianco puro accecante e il diffusore di patchouli e gli asciugamani singoli annodati a forma di fiore in una culla di raffia. In pieno nord ovest. Con la maggior parte degli occupanti i divani titolari di azzardi battesimali con usura di k e h.
Nei centri sociali si chiamano tutti pietro, emma, matilde, edoardo, teresa. Loro avrebbero azzardato anche un passo di taranta.
Il buffo è che difficilmente pietro e teresa disporrano di nonni che parlino il salentino.
Tipo come lui. Non si è mai neppure sforzato di capire che dicesse. Niente di interessante comunque.
La sensazione di noia per l’addio ai fianchi dei pantaloni lo rendono consapevole che il numero primo non è più adatto a quantificare i giri al bancone.
Si accascia pesante sui cuscini. La ragazza accanto a lui ha un cocktail pestilenziale alla puzza di frutta. Si domanda perché si ostinino a non riconoscere che l’alcol faccia loro schifo e, pur di bere, si massacrino di roba dolce per coprire il sapore della gradazione alcolica.
Il liquido è verde, l’odore non è di fragola, come la quasi totalità delle propaggini vetrose delle mani femminili del locale, sembra di fico.
Glielo aveva fatto scegliere, lui di sotto basso in maniera imbarazzante rispetto all’albero, e l’aveva preso battendo il ramo, raccolto ed aperto. Il fico era tiepido e gli era sembrato vivo, visto che era stato appena raccolto. Estate quasi finta tanto perfettamente aderente ai disegni infantili sull’estate. Suo nonno nel mentre non ricorda se avesse parlato.
Un bel gesto.

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6 Maggio, 2008

segnali oculari d’accesso inchiodati

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 8:57

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david simpson, rose and gold, 1998

pensavo di rimanere immobile, respirando il minimo sindacale.
se resto immobile esisto in difetto e genero conseguenze contenute. è tutta una questione di allenamento. è possibile vivere in 12 cmq di superficie mentale calpestabile, calpestandola il meno possibile.
potrei sedermi qui e stare. certo, per sedermi dovrei ingenerare movimenti ulteriori rispetto a che se assumessi così come sono ora la paralisi dello star fermo.
comincio già a sbiadire, mi sembra di dover pensare più ad alta voce per sentirmi ed ovatto in crescendo.
mi diluisco con lo sfondo e vado ad incrostarlo negli interstizi.

poi squillerà un qualsiasi bastardissimo cellulare a cucirmi contorni e riportarmi allo stato umano cromatico del distinguibile.

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5 Maggio, 2008

riempire il palinsesto

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 9:00

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assenzio, van gogh, 1887

sarà il nuovo caldo a farglielo sembrare troppo complicato.
ancora non tale da appiccicare le lenzuola come fossero la tenda di plastica della doccia, ma comunque reale, da anticipazione credibile di quando stare a letto da sveglio sarà poco piacevole e condividerlo con qualcuno ancora meno.
sventaglia le palpebre con un ritmo di esatta metà del pulsare del cursone sullo schermo ma lubrificare gli occhi non gli attiva le dita, il file resta vuoto.
un puntello imbarazzante quando hai superato i 40, - mi serve come stimolo a comporre, il materiale umano da cannibalizzare non è mai sufficiente, che poi è come non smettere mai di lavorare - qualsiasi perifrasi a scopare in giro mi serve per scrivere è drammaticamente impudico e adesso che il giorno dopo conta intorno agli occhi i cerchi di ogni back’s corretta jack daniel’s lo è davvero ancora di più.
uscire dai locali e vedersi evidentemente assimilabile per appartenenza di razza ai padri assonati (presumibilmente con la maglia del pigiama sotto al giaccone) che vengono a riprendersi le figlie a cui magari hai appena finito di guardare la linea del culo mentre si appoggiavano al bancone succhiando la consumazione che aveva loro offerto massacra qualsiasi ego. e pure qualsiasi libido.
sì d’accordo, copiare le atmosfere, usare in assonanza la matematica del grado di inclinazione delle gole scoperte nel ridere, citare i diminutivi dei nomi proporzionalmente più leziosi col crescere degli anni delle proprietarie, tutto bello, volendo anche tutto vero, ma poi alla fine che era se non spremere ancora una volta l’efficacia della formula ‘io scrivo per la tv’?
sente una punta di vergogna, impossibile da fraintendere, come il mal di gola che ti annuncia l’influenza, che gli modifica il gusto in bocca della questua sessuale.
e lo schermo resta vuoto e tragicamente in grado di riempirsi, col pigolare del cursore, regolare, capace, soltanto se lui avesse qualcosa da scrivere.
l’affaticamento della prostata rende irreversibile la propensione elettiva per la cronaca sportiva.

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4 Maggio, 2008

Primo omaggio con rabbia, rabbia ingorda e mai sazia, sazia di carne e d’anima e sotto i colpi vuota vuota vuota

Archiviato in: Diario — scritto da Kafkahigh @ 18:12

toys

Il viaggio di ritorno è stato un sottotono, come la musica che ascolto in cuffia mentre attraverso la devastazione dell’A4 sul pullman, è un fatto Torino parla e Milano non sente, e viceversa. Niente comunicazione, solo strade rotte che potrebbero portare dappertutto tranne che dove devi effettivamente andare. Mi sfregavo le mani ieri sera nella contenta consapevolezza che stamattina avrei potuto alzarmi tardi, fare tardi, bighellonare ancora con una tazza di caffè in mano. Non sapevo, io misero, che oggi sarebbe stata la seconda festa della strada in cui vivo (ne fanno una anche in autunno). Così intorno alle nove iniziano a sparare a palla musica tipo sudamericana sotto al mio balcone…. Il peggio sarebbe dovuto ancora venire, concerto di tre ore e mezza di un cantante napoletano , emulo di Giggi Nazzionale il quale mi ha tostato le trombe di eustachio finanche a 5 minuti fa.
Il silenzio di adesso è troppo apprezzabile, quasi mi commuove. Comunque la giornata ha riservato inaspettate svolte, come intorno alle 11:00 quando apro la finestra e orrore sotto al mio balcone un assembramento di motociclisti in tute di pelle inizia tutto di un botto a strombazzare e sgasare e WROOOOOOOUMMMM WROOOOOOOOUUMMMM WRAAAATATATATATATAAAAM (licenza marinettiana). Ma ho seriamente avuto il dubbio di aver preso un allucinogeno quando ho visto che lì accanto c’era un altare e il prete , che aveva appena finito di dire messa, ha iniziato a passare, gimkanando, attraverso le moto , e con il turibolo aspergeva i bolidi di sacra H2O pronunciando qualcosa (Dacci oggi il semaforo verde signore?)
Alla fine strombazzando e tuonando i centauri sono partiti sgasando all’impazzata in un delirio mistico finale che credo fosse l’equivalente di un Alleluia per trachee di scappamento.

Certe cose non le vedi neanche nei film di Jodorowski o in qualche sogno bagnato di Pappi Corsicato…

Ho trollato allegramente per la via nel pomeriggio, facendo acquisti inappropriati, un avvoltoio di plastica della serie Looney Tunes, un sapone di Aleppo con le scritte in arabo e una confezione di miele balsamico che sa di vicks.

La Palazza e Fefè mi hanno fatto compagnia in queste peripezie pomeridiane. Tanti peruviani con i vestiti tipo i mostri di power rangers , credo tradizionali, che facevano baila baila bailarè a circa ogni angolo lungo la via. Et J’aime ces types vicieux qu’ici montrent la bite!! (Non è vero… ma ci stava il verso un po’ chic)

Invece gustatevi qualche foto della perfida Albione.

Una meraviglia di poesia alla stazione di Waterloo:

poem

Metropoli TANA
underground

Skyline e pensieri : mi butto o non mi butto?

skyline

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30 Aprile, 2008

condizioni meteo sfavorevoli alla coscienza politica più coraggiosa (panchine umide)

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 9:37

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elliott erwitt, milan, 1990

penso alla mia vita da squatter.
io non ho avuto davvero una vita da squatter, però avrei potuto. voglio dire, avrei potuto avere anche una vita da biochimico o allestitore di set per film porno, da lucidatore di armature nei musei, da ricamatore di ombelichi in sala parto, da carotatore di forme di formaggio, da progettatore di motori per razzi.
penso alla possibilità squatter per darmi sollievo, quando l’ansia portata dall’effettiva attività alimentante preme e segna le impalcature anatomiche come la scarificazione del bottone interno quando i pantaloni diventano stretti, quale fosse il gesto di sbottonarla, l’ansia.
avrei potuto essere squatter. che servirà mai, lobi e partizioni di faccia normalmente capaci di portare bulloni o simili - l’idea del piercing sul sopracciglio mi ha titillata diverse volte anche in questa vita qui, a ondate regolari e riassorbite ogni volta - saper annodare lo spago attorno ai cani per farci il guinzaglio, la bocca capace di legare le parole secondo una metrica diversa da quella del senso, chec-haiu-neur-operf-umare, natiche poco ossute per ammortizzare i marciapiedi, facilità di approccio con gli sconosciuti, disponibilità a lavorare in squadra, flessibilità di orario, attitudine a prendere decisioni e a focalizzare risultati anche lontani nel tempo, facilità di adattamento.
una sorta di precariato all’aperto.
vivere nelle case occupate ammortizzerebbe le spese dell’affitto/mutuo, azzerati i costi della manutenzione estetica, non ho mai mangiato molto - non so quanto costi mantenere un cane ma il cane sarà collettivo, sarà di tutti, qualcuno gli allungherà il resto di un panino prima o poi.
però non è tanto per una questione di contenimento economico dell’esistenza che mi autoinduco queste riflessioni con finalità sollievo, ma per lo sgombero mentale che immagino ci stia appiccicato, alla vita da squatter.
passerei le giornate a guardare il culo alla gente che mi cammina davanti cercando di schivare le mie gambe allungate seduta a terra.
è rinfrescante.
la dismissione di ogni responsabilità, la negazione di ogni forma di mia utilità, anzi, il compiacimento per essere mantenuta casualmente a spiccioli di sconosciuti in cambio di nulla.
rinfrescante. per quell’ora che durerei.
chec-haiu-neur-operf-umare.

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29 Aprile, 2008

luminosissimo vero affare

Archiviato in: Diario — scritto da Stee @ 9:01

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margaret caldwell, nightlight, 2003

ogni tanto imprimiamo a forza significati e collegamenti alle cose soltanto per far riposare l’urgenza che ci sia un senso negli accadimenti e che sia comprensibile.
però a volte è anche vero, almeno un poco. almeno un poco le case somigliano alle persone che le abitano.

lo snodarsi in verticale, il vagone di un treno, teso ad andarsene è coerente con lei che non possiede tovaglie ma tanti bicchieri per ogni colore di vino che ti offre, con le tasche comunque capienti per un biglietto di andata.

entrare e vedere ogni cosa, con un solo sguardo puntando la nuca avere nella campata del mento tutti gli ambienti, senza alibi di tende e porte, si accorda con chi si lascia arreso a farsi guardare e l’unico trucco che usa per la sua faccia sono le pagine dei libri sempre aperti.

i cassetti disciplinati dai contenuti sbagliati - le chiavi di casa altrui che le sono state affidate insieme alle forchette - come la sua espressione di calma apparente, e coperture morbide e colorate a cancellare ogni spigolo e annientare qualsiasi superficie inadatta ad accoglierti e custodirti.

l’epicentro morbido del divano allungato che possiede l’ambiente come un gatto che si stiracchia, penisola fino al tavolo e sforzandoti fino al frigorifero, avvolgente come le sue mani che cucinano e ti afferrano la bocca a darti cibo e darti sesso, un boccone e un boccone.

io sono la soglia di casa, l’inizio e la fine. più un concetto, una funzione, che un luogo che si possa abitare.

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