la memoria della bocca
Still Life (Fig), skylight 1B (Kenko) copyright 2005-2008 AlexEdg AllEdges (www.alledges.com)
E’ un bel gesto – toc e la bottiglia lascia il tappo sul bordo del tavolo, un movimento che implica più fiducia nell’avere la forza giusta che avere forza effettivamente.
Il locale respira persone freddamente, forse perché il livello dell’alcol nelle bottiglie ancora supera quello pisciato, l’amore accomodante da dilatazione delle pupille per il momento sta riposto elegante sotto le pieghe delle gonne corte che costringono le ragazze ad acrobazie glamour sedute sul dorso delle poltroncine.
Il bordo di vetro della birra si adatta al suo labbro inferiore, se ne accorge abbassando la bocca dopo aver bevuto. La barista raccoglie con due dita il tappo estratto e gli sorride, lui pensa che se fosse stato brutto forse avrebbe reagito rappresentando micidiali danni al legno del bancone per i graffi. O fosse solo stata di cattivo umore.
Forse ha un po’ troppe mutande ostese ma i jeans hanno un cavallo infinitesimale, se ne sarebbe dovuto accorgere comprandoli, solo che quando uno prova dei pantaloni non è che ci si siede.
I suoi amici hanno lottizzato due divani ad angolo, lui pensa di condividere la posa castrata femminile poggiandosi sullo schienale per non dover raccogliere tristemente i pantaloni al secondo giro da bere. Esponenzialmente il gesto di alzarsi dall’alcova morbida dei cuscini trattenendo la maggior parte dei vestiti si trasformerà in qualcosa di irrealizzabile incrementando i bicchieri vuoti.
La canzone trasmessa è la stessa da 4 giorni, gli sembra, perfino le frangette più entusiaste e docili hanno smesso di seguirne il ritmo.
Quando la cambiano però mugola come gli altri infastidito per la scelta musicale, il reggae cantato in meridionale può funzionare in un centro sociale ma non lì, un posto col cesso come scavato nel bianco puro accecante e il diffusore di patchouli e gli asciugamani singoli annodati a forma di fiore in una culla di raffia. In pieno nord ovest. Con la maggior parte degli occupanti i divani titolari di azzardi battesimali con usura di k e h.
Nei centri sociali si chiamano tutti pietro, emma, matilde, edoardo, teresa. Loro avrebbero azzardato anche un passo di taranta.
Il buffo è che difficilmente pietro e teresa disporrano di nonni che parlino il salentino.
Tipo come lui. Non si è mai neppure sforzato di capire che dicesse. Niente di interessante comunque.
La sensazione di noia per l’addio ai fianchi dei pantaloni lo rendono consapevole che il numero primo non è più adatto a quantificare i giri al bancone.
Si accascia pesante sui cuscini. La ragazza accanto a lui ha un cocktail pestilenziale alla puzza di frutta. Si domanda perché si ostinino a non riconoscere che l’alcol faccia loro schifo e, pur di bere, si massacrino di roba dolce per coprire il sapore della gradazione alcolica.
Il liquido è verde, l’odore non è di fragola, come la quasi totalità delle propaggini vetrose delle mani femminili del locale, sembra di fico.
Glielo aveva fatto scegliere, lui di sotto basso in maniera imbarazzante rispetto all’albero, e l’aveva preso battendo il ramo, raccolto ed aperto. Il fico era tiepido e gli era sembrato vivo, visto che era stato appena raccolto. Estate quasi finta tanto perfettamente aderente ai disegni infantili sull’estate. Suo nonno nel mentre non ricorda se avesse parlato.
Un bel gesto.





.jpg)